le candidature PaS LAB – Franco Milanesi

Mi chiamo Franco Milanesi, sono nato a Torino nel 1956.

Ho svolto tutta la mia attività lavorativa a Pinerolo al Liceo Scientifico “Curie” dove ho insegnato Storia e Filosofia fino alla pensione.
Ho pubblicato articoli e alcuni testi di filosofia politica e su questo stesso tema ho conseguito un dottorato. Ho trascorso un lungo periodo in val Pellice e ora risiedo nuovamente a #Pinerolo. Ho un figlio che lavora in campo musicale. Sono con me, nelle mie giornate, una compagna, una gatta, molti libri e un piccolissimo giardino.

Fin da adolescente ho pensato la politica, ne ho scritto, l’ho praticata.
Sono stato segretario del Partito della Rifondazione Comunista a Pinerolo, candidato alla Camera per Potere al Popolo e ho contribuito a far nascere Rosso Pinerolese.
Ritengo che pensiero e azione debbano essere congiunti e che le idee debbano tradursi in impegno diretto.
Per me sinistra – la mia “casa” politica – significa eguaglianza, libertà, giustizia, gli ideali che da sempre hanno caratterizzato questa parte politica. Ma sinistra vuol dire anche responsabilità individuale, impegno diretto e disinteressato per la comunità. Vuol dire considerare il lavoro parte essenziale dell’essere umano e lottare affinché il lavoro sia dignitoso, ben retribuito, sicuro, garantito.

La politica è per me la città, le persone che la percorrono tutti i giorni.
Le sue strade, le case, i negozi, i punti materiali dove donne e uomini si incontrano.
Compito della politica è rendere la città un luogo bello, piacevole e ricco di occasioni per tutte e tutti.
Per formazione e interesse i campi della cultura e della scuola sono quelli da me privilegiati. Ma sono consapevole che l’amministrazione di un territorio deve tenere insieme ogni aspetto della vita in comune, muovendo dalla singola persona – con i suoi bisogni, desideri, valori – per farne parte essenziale e indispensabile della trama che forma il grande tessuto della comunità cittadina.

No allo sblocco dei licenziamenti – Difendere il lavoro!

Abbiamo portato la “nostra bandiera” a Torino sabato scorso per la manifestazione e ascoltato con attenzione le parole del Segretario Generale CGIL, Landini.

Queste le sue parole dal palco di Torino. “Il nostro messaggio è semplice e chiaro: è un errore sbloccare i licenziamenti il primo luglio. Il governo ci ascolti”.

Il resto del discorso è sul sito della CGIL.

La sicurezza dei cittadini deve prevalere sui profitti

Di ora in ora le notizie che arrivano da Stresa, nel nord del Piemonte, aggravano la sensazione di angoscia che tutti noi sentiamo.

Al dolore per questa terribile tragedia, per le quattordici vittime e per le loro famiglie, si aggiunge l’incredulità per la gravità delle responsabilità di chi, consapevolmente e per propria ammissione, ha deciso di giocare con le vite delle persone, facendo prevalere la logica del profitto su quella della sicurezza.

La funivia di Stresa è di proprietà pubblica  ed è stata data in gestione a una impresa privata. Chi è salito su quella funivia ci è salito per vivere una giornata di serenità dopo un anno di chiusure, per vedere da vicino la bellezza della natura, affidandosi alla potenza della tecnologia umana. Lo ha fatto confidando di essere al sicuro. Non è stato così.

Sono stati arrestati il proprietario della società che gestisce l’impianto, l’ingegnere direttore del servizio e un altro dipendente, capo servizio, con la terribile accusa di aver volontariamente e consapevolmente deciso di eliminare dispositivi di sicurezza per non bloccare la funivia e quindi perdere dei soldi.

La vicenda sarebbe davvero ancora più incredibile se fosse confermato che l’ingegnere arrestato ha un ruolo ‘a cavallo’ tra il gestore e la società responsabile della manutenzione, la Leitner.

La tragedia della funivia di Stresa ricorda drammaticamente da vicino quella del Ponte Morandi di tre anni fa, che così duramente ha colpito anche Pinerolo.

Dopo la tragedia del Morandi si era detto “mai più!”

Mai più risparmiare sulla sicurezza, mai più risparmiare sui controlli, i controlli sulle opere date in gestione devono essere affidati a enti certificatori esterni, la sicurezza dei cittadini deve prevalere sui profitti.

Questo è l’impegno che dobbiamo prenderci in ogni territorio e a ogni livello.

Foto ofcs.it

Su Palestina e Israele. Nulla di semplice sotto il sole.

Pubblichiamo una scheda di approfondimento sulla questione Israelo-Palestinese elaborata dal nostro candidato Luca Perrone.

L’ennesimo drammatico episodio del conflitto israelo-palestinese, mi spinge a queste riflessioni.

1. Il Sionismo, fenomeno complesso e sfaccettato, si inserisce in un contesto culturale e politico che è quello dell’imperialismo della seconda metà del XIX secolo. Non a caso nell’immaginario sionista esiste “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, collocandosi così al’interno di un’idea di “popoli senza storia” che non hanno diritti e identità specifiche, o che comunque sono implicitamente gerarchicamente inferiori. L’insediamento ebraico in Palestina cresce nella dissoluzione dell’Impero Turco (pensiamo alla guerra italo-turca del 1912) e all’occupazione inglese (Dichiarazione Balfour del 1917).  Questo al di là dei contenuti e delle spinte del sionismo, sia che lo si legga come equivalente a un movimento nazionale post-1848 (simile per intenderci al Risorgimento italiano), sia che lo si colga nella trama lunga del ritorno alla terra dei padri di una cultura religiosa come quella ebraica successiva alla Diaspora, sia che lo si legga come risposta all’esplodere di una nuova ondata di razzismo in Europa e in Russia (caso Dreyfus, pogrom). 

2. La nascita e il riconoscimento dello stato di Israele del 1948 è percepito come riparazione per lo sterminio nazista in Europa, mentre da parte ebraica diventa garanzia che una tragedia simile non si debba più ripetere. Ma è indubbio, ed è irragionevole non cogliere, che per il mondo arabo e per i palestinesi in particolare quella data rappresenti davvero una “catastrofe”, la Naqba, sia per la perdita di terre operata anche in maniera violenta prima e durante la guerra del 1948, sia perché la solidarietà del mondo arabo (guerra del 1948) rimane una promessa mai realizzata. Lo stato di Israele nasce in maniera complessa, la terra di Palestina viene acquistata e conquistata militarmente, ed è comunque un atto di forza (la vittoria militare del 1948) a sancirne il diritto di nascita. Questo ovviamente determina la convinzione da parte arabo-palestinese, che ritiene di aver subito una ingiustizia, a dover scegliere (e a dividersi) se accettare come dato di fatto quell’atto di forza o se cercare di ribaltare la realtà con un simmetrico atto di forza che cancelli il nuovo stato.

3. La Guerra dei Sei Giorni del 1967 e la conseguente occupazione della Cisgiordania e di Gaza, ha determinato un ulteriore aggravamento della situazione, rafforzato in particolare dalla scelta delle autorità israeliane non solo di mantenere l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. La costruzione, ormai irreversibile, di innumerevoli colonie di popolamento ebraico, rendendo di fatto impossibile l’opzione di “due popoli e due stati”, proposta inizialmente dall’ONU.

4. L’Intifada del 1987 ha rappresentato una svolta nella lotta contro l’occupazione israeliana nei Territori occupati, perché ha riportato la resistenza all’interno di fatto dello stato di Israele, mentre prima era collocata al suo esterno (campi profughi in Giordania, Libano, Tunisi, ecc…). Una resistenza popolare che ha determinato l’ultima grande ondata di simpatia internazionale nei confronti della causa Palestinese.

5. Con la fine della Guerra Fredda anche la situazione in Medio Oriente è cambiata. D’altra parte l’indipendenza energetica USA, la proliferazione di forniture energetiche (Russia, Venezuela, Nigeria, Norvegia…) in conseguenza dello shock petrolifero del 1973 e l’avvio della lunga transizione ecologica verso forme di energie non fossili, hanno mutato il ruolo dello stato di Israele nel Medio Oriente, non più certo riducibile al ruolo di “cane da guardia” dell’imperialismo USA (basti pensare ai tradizionali rapporti di alleanza tra Arabia Saudita e USA). Questo determina un cambiamento di analisi rispetto alla lotta palestinese, non più inscrivibile come negli anni ’70 all’interno delle lotte antimperialiste (in questa fase era emerso il ruolo dell’OLP di Arafat e le altre organizzazioni come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Habash o del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Ḥawātmeh). La Rivoluzione iraniana del 1979 e l’emergere del radicalismo islamista risultano poco alla volta egemoniche,  finendo per prendere il sopravvento all’interno della resistenza popolare all’occupazione israeliana (ruolo di Hamas, con il golpe a Gaza del 2007), anche a causa del fallimento delle organizzazioni precedenti e delle loro proposte politiche.

6. Come conseguenza dell’Intifada e con la fine della Guerra Fredda (e il riconoscimento di Israele di alcuni paesi arabi, tra cui l’Egitto) c’è stata l’ultima occasione per la costruzione di due stati indipendenti, come conseguenza degli Accordi di Oslo del 1993. Il mutuo riconoscimento di esistenza tra OLP e Stato di Israele e la creazione dell’Autorità Palestinese avevano stabilito una base concreta per innescare un percorso di convivenza tra palestinesi e israeliani. L’opinione pubblica palestinese e israeliana, così come molte organizzazioni politiche, di fatto non hanno accettato e hanno minato sin da subito questi accordi pace. La mancata nascita dello Stato Palestinese e l’uccisione di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un colono estremista di destra israeliano, fanno fallire questo processo di pace. L’uccisione di Rabin è il segnale che Israele è entrato in una fase di Guerra civile potenziale: la contiguità tra i coloni (armati e non disposti ad accettare di lasciare le terre occupate in Cisgiordania), le organizzazione della destra religiosa, la componente religiosa ortodossa, una parte importante dell’esercito israeliano, formano un blocco egemonico in Israele, che ha dissolto completamente le componenti favorevoli al dialogo e alla convivenza. La costruzione del Muro (certo giustificato da un punto di vista dell’efficienza nell’azzerare gli attacchi terroristici in Israele), deciso nel contesto dell’intifada di al-Aqsa del 2000, diventa il simbolo della scelta di separazione tra due mondi. Eliminato anche Arafat, secondo un percorso pianificato da anni di eliminazione dei dirigenti delle organizzazioni radicali palestinesi, in Israele prevale l’idea di costruire una società che sa convivere con la minaccia terroristica interna e degli attacchi periodici dall’esterno, in un conflitto permanente che non prevede soluzioni a breve-medio termine. Non a caso, nel momento in cui ci sono stati diversi attacchi jiadhisti in Francia, per un momento si è adombrato che anche l’Europa dovesse prepararsi a vivere in uno scenario “israeliano”, cioè in una società addestrata a convivere con la minaccia).

7. Certamente lo stato di Israele è un paese che ha una base democratica. E’ però difficile non essere preoccupati per lo stato di quella democrazia. Inesorabilmente costretto a una perenne militarizzazione della popolazione (nonostante il riuscito tentativo di costruire rapporti non conflittuali con i vicini come con l’Egitto e la Giordania), dal fallimento del processo di pace di Oslo  ha ben presente le sue contraddizioni e cerca oggi di rispondervi con soluzioni di forza.

Oggi Israele cerca a un lato di costruire rapporti diplomatici e commerciali normali con più paesi arabi possibili, al fine di disgregare il fronte filo palestinese (ad esempio gli accordi di normalizzazione dei rapporti di Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrain del 2020), dal’altro nega completamente l’ipotesi di convivenza di due stati indipendenti. Si va, dopo l’annessione di tutta Gerusalemme (passando per il riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale unita dello Stato di Israele), verso l’annessione diretta  di parte dei Territori occupati, quelli già colonizzati. La conseguenza è l’introduzione del “modello sudafricano dei bantustan”, con Gaza e territori a macchia di leopardo in Cisgiordania sottoposti a forme di autogoverno amministrativo palestinese, con limitazioni del movimento e isolati rispetto allo stato di Israele, con anche ve di comunicazione separate tra israeliani e palestinesi, valichi di controllo, ecc…

La non annessione diretta di tutti i Territori occupati disinnesca l’altro problema della democrazia israeliana, che è quello demografico. Annettere direttamente i Territori farebbe crescere la popolazione araba (oggi circa il 25% di Israele), cosa che alla lunga potrebbe determinare il fatto, paradossale per Israele, di una minoranza ebraica e una maggioranza araba. A questo si risponde anche con la scelta da parte della componente religiosa ortodossa di avere molti figli, per equilibrare la maggiore prolificità delle famiglie palestinesi-israeliane e di quelle palestinesi.

Il carattere stesso di una democrazia a carattere etnico-religioso, rafforzato dalla decisione della Knesset, il parlamento israeliano,  il 19 luglio 2018 di approvare la «Legge fondamentale: Israele quale Stato nazionale del popolo ebraico», che sancisce Israele è lo Stato degli ebrei, rafforzando il carattere giudaico dello Stato, assolutizza e costituzionalizzata l’identità ebraica, mina l’idea di una democrazia inclusiva.

8. Il consolidarsi da un lato di forze di destra e di estrema destra in Israele e al contempo la liquidazione e liquefazione della sinistra, e dall’altro campo l’egemonizzazione nell’ambito della resistenza palestinese da parte di componenti  comunque riconducibili alla galassia jiadhista (anche se Hamas non è appiattibile a esperienze come Al Quaeda o simili e non è una organizzazione terroristica come non lo è Hamas in Libano) non può che preoccupare e non fa intravvedere al momento percorsi di liberazione e di pacificazione realisticamente praticabili in quel territorio. Condizione disperante. L’ennesimo scontro che si sta consumando in Israele Palestina, rischia semplicemente di intitolare ad Hamas la resistenza all’annessione di Gerusalemme.

9. Indubbiamente la causa palestinese è stata utilizzata dai  molti paesi arabi (ultima la Turchia di Erdogan) per coprire la situazione di miseria, diseguaglianza sociale, corruzione, in cui sono state colpevolmente lasciate per decenni quelle popolazioni, trovando un nemico esterno nello stato di Israele per coprire le proprie capacità e le proprie responsabilità.

10. Detto tutto ciò, la mia solidarietà va ai palestinesi, perché la sproporzione di forze è evidente, l’ingiustizia che subiscono da decenni nel non aver mai visto riconosciute concretamente le proprie istanze è palese, la loro condizione di vita è intollerabile, la situazione di disperazione e di isolamento in cui sono costretti sono massimi. 

Credo che la disperazione di chi in Israele coglie a fondo la drammaticità di ciò che sta succedendo, al di là della semplicistica narrazione del “diritto di difesa”, sia di uguale intensità.

Immagine Varican News

Eid Mubarak pieno di gioia, salute, felicità e prosperità

Un pensiero della nostra candidata Touria Kchiblou dedicato a tutti e tutte per celebrare i tre giorni di fine Ramadan.

“Un caloroso augurio a tutta la comunità islamica di un fine Ramadan sereno, un Eid Mubarak pieno di gioia, salute, felicità e prosperità.
Che Dio accetti il nostro digiuno e le nostre preghiere”.

Non si può morire così di lavoro

Pubblichiamo una riflessione del nostro candidato Luca Perrone sulla morte di Luana D’Orazio. L’ennesima morte sul lavoro.

Luana D’Orazio è morta a 22 anni in una piccola fabbrica tessile a Prato, perché è stata rimossa una griglia di protezione dal macchinario a cui lavorava. Aveva un contratto da apprendista, così era pagata di meno.

La sua morte orribile è avvenuta nel luogo dove ogni giorno andava a guadagnarsi da vivere, facendo i turni, alzandosi alle 5 del mattino per essere in fabbrica alle 6 e iniziare a lavorare. Era la mamma di un bambino di cinque anni.

Luana era una lavoratrice, una donna, una mamma, una persona che sognava una vita diversa. 
La sua giovinezza, la sua storia, anche la bellezza del suo volto, hanno colpito l’opinione pubblica come un pugno allo stomaco.
La sua tragedia riesce per un momento a far emergere la realtà del lavoro in Italia: per qualche giorno si parlerà delle morti sul lavoro, come quella di Chistian Martinelli di 49 avvenuta, schiacciato da una fresa a  Busto Arsizio, o quella di Maurizio Gritti, schiacciato da una lastra di metallo caduta da una gru vicino a Bergamo. Ma presto questa pagina verrà chiusa e si tornerà a parlar d’altro.

E così ancora una volta la fatica dei lavoratori della logistica, delle lavoratrici e dei lavoratori delle RSA, degli operai delle boite, dei precari, dei braccianti, delle commesse, dei lavoratori e delle lavoratrici della sanità, delle badanti, spariranno di nuovo.

Invece per noi quei mille morti di lavoro all’anno  pesano, e tanto. Perché per noi il lavoro resta la realtà da cui partire per cambiare questa società.

Quando sentiamo parlare di sicurezza, noi non pensiamo per prima cosa a videocamere e porte blindate, ma  alla sicurezza sul posto di lavoro, alla sicurezza sociale con pensioni dignitose per tutti, all’accesso alla salute per tutte e tutti, per dei contratti di lavoro stabili e per la fine della precarietà e dello sfruttamento.

Sappiamo anche che i morti sul lavoro in Italia non diminuiranno perché sono stati smantellati i sistemi di controllo ed ispezione nei posti di lavoro; perché i lavoratori nelle aziende sono obbligati a stare in silenzio, col rischio di essere licenziati se denunciano la situazione delle loro imprese, accusati di denigrarle; perché sono ricattati dalla possibilità di chiudere in un minuto un’impresa per riaprirla dove la forza lavoro costa di meno e ha meno diritti, foss’anche dall’altra parte del mondo. Tutto questo deve cambiare.
Basta morti sul lavoro! Non siamo solo forza lavoro, ma donne e uomini che hanno il diritto a un lavoro sicuro, dignitoso, giustamente retribuito!

Immagine: Repubblica, edizione Firenze

Il gioco della sedia

Pubblichiamo una riflessione della nostra candidata Lia Bianco sui “fatti di Ankara”.

Quando da bambini si giocava al gioco della sedia, se pur sapessimo bene le regole del gioco, ci si rimaneva male se a restare in piedi eravamo noi. 

Quando abbiamo visto le immagini dell’ incontro ufficiale fra Unione Europea e la democratura turca, un po’ la sensazione è stata caratterizzata dallo stesso smarrimento di quando, anche se lo sai che sta per accadere, ti viene tolto qualcosa che sai che di diritto sarebbe tuo. 

Noi donne lo sappiamo che la sedia non ci appartiene, ma al massimo ci viene concessa. 

Non si è trattato di un equivoco, perché le sedie erano davvero solo due. 
Ma a essere veramente scandaloso è lo sdegno dell’ opinione pubblica. 
Erano necessarie quelle immagini e 
quell’episodio per ricordarci che alle donne è negato il posto in prima fila? 

Erdogan ha voluto dare un preciso messaggio politico. Ha voluto sottolineare che a dettare le regole e al tavolo del potere ci sono solo uomini. Le donne al massimo fanno parte dell’arredamento. Ma davvero noi occidentali ci possiamo considerare tanto moderni ed evoluti per commentare con il dito alzato i fatti di Ankara?

Non è per nulla scontato nemmeno in Italia che le donne possano prendersi ciò che è di loro diritto. Ancora oggi ci si ritrova con non parità di salario e di pregiudizi in termini di capacità e competenze.  

Non è solo questione di sedia e cosa con quella sedia si vuole dichiarare. Il punto è lo spazio che ci si deve quotidianamente prendere con la forza, portandosela dietro 
quella sedia. 

La società patriarcale non può essere una condanna da cui non ci su può liberare, ma piuttosto la spinta alla ricerca del perché, per partire dalle mancanze e cercare nuove spinte di cambiamento. 
Il paradigma non si cambia pensando che una sedia mancante in una sala di rappresentanza sia solo uno sgarbo di cavalleria. Quella sedia mancava volutamente, perché è la piega che  la politica (patriarcale appunto) stava tracciando. 

Immagine https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75231218

Il popolo dei riders: sottoproletari si ridiventa, non si nasce

Massimiliano Genot ha scritto questa riflessione prima della notizia della morte di Antonio Prisco, rider combattente. Vogliamo così con questo scritto anche noi salutare Antonio.

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Il ventunesimo secolo, con il rinforzo della pandemia, ci sta offrendo ironicamente  il ritorno di categorie sociali che credevamo ormai estinte da tempo, almeno nel nostro Occidente. Ad esempio il ceto costituito da coloro che riescono a trovare a malapena i mezzi per il proprio sostentamento, non certo per riuscire ad avere dei figli, una famiglia: ebbene, questa categoria una volta si aveva il coraggio di chiamarla sottoproletariato.

Oggi si usano termini inglesi, più carini, politicamente corretti, ma la sostanza è la stessa: i riders  ne sono l’ espressione più visibile che annuncia  il ritorno  in massa del sottoproletariato. Per anni li abbiamo ignorati, anche se le vie delle città da tempo erano percorse da sagome  sfreccianti che sembravano aumentare il dinamismo ed il fascino delle metropoli, con il ritorno della centralità del corpo in azione, del suo fascino. Corpi agili, muscolosi, provenienti dai paesi caldi: profili  umani stimolanti e al contempo rassicuranti, nell’ assoluta sottomissione del loro ruolo all’ interno della gerarchia sociale.

Con la pandemia i riders sono aumentati, soprattutto per riuscire a soddisfare i bisogni, ma soprattutto i capricci e le frustrazioni da confinamento dei cittadini. Quante pizze ordinate per noia, per soddisfare i capricci dei figli o le pigrizie dei genitori. 

Ebbene, si possono anche chiudere gli occhi davanti alle proprie ed altrui miserie, è finito il tempo del moralismo, per carità! Ma chiudere gli occhi davanti al trattamento vessatorio inflitto dalle aziende a questi lavoratori  e continuare a consumare la propria pizza al tegamino nella più totale indifferenza,  pare comportamento da ignobili  struzzi, più che da homo sapiens. Soprattutto quando incominci a vedere che tra le file sempre più numerose dei riders non  trovi solo il ragazzo che incomincia  a fare una prima esperienza lavorativa, ma trovi persone di tutte le età, di tutte le provenienze:  incontri un vecchio signore in bici in difficoltà sul pavé che avrebbe potuto essere tuo nonno. Persone che avevano un tempo buoni lavori.

Solo il fatto di essersi riuniti in rappresentanza sindacale , di essere diventati coscienti del proprio ruolo strategico all’ interno della dinamica della distribuzione delle merci ha fatto sì che i riders stiano finalmente strappando trattamenti economici e lavorativi dignitosi dai loro padroni, non certo grazie alle visioni illuminate dei loro CEO.

Per qualche decennio abbiamo creduto che la lotta per non essere confinati agli ultimi posti  della scala sociale fosse ormai  inutile, che l’ avvenire fosse garantito proprio da chi ci offriva ogni sorta di possibilità di consumo. Forse oggi ci conviene rivedere, e anche in fretta, questa illusione servita a domicilio sullo schermo del cittadino, e tornare all’ impegno: anche e soprattutto politico.

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Per un tavolo permanente per le scuole

Sulla sua pagina Facebook il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ci informa che è stato “insediato per la prima volta in Piemonte un tavolo permanente dedicato alle scuole paritarie. 700 istituti che sul nostro territorio accolgono oltre 50 mila studenti e più di 5 mila docenti, dando supporto a un servizio pubblico fondamentale. I fondi europei che arriveranno per ripartire dovranno andare anche alla scuola, perché sulla scuola dobbiamo investire di più. Lo facciamo su quella statale, ma anche sulla scuola paritaria, attraverso questo tavolo che ci permetterà di concertare gli obiettivi e le soluzioni. Perché solo insieme e investendo sul futuro dei nostri figli potremo veramente ripartire”. 

Il post è illuminante. Il suo significato è raccolto in una parola che sembra neutra, buttata lì a caso: insieme. Non pensiamo sia dietrologia affermare che il termine cade alla fine di un ragionamento di questo tipo: le scuole sono tutte uguali, dunque devono avere gli stessi diritti e i soldi devono essere distribuiti “insieme”, un po’ di qui (agli istituti pubblici) e un po’ di là (ai privati che gestiscono tanto le scuole non paritarie quanto quelle paritarie. La differenza tra le due sta, a partire dalla “parità” con gli Istituti statali, nel valore legale dei titoli di studio. Sempre private sono). 

Sia chiaro, siamo fermamente convinti che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione”. Lo pensiamo noi ma soprattutto lo dice – proprio con queste parole – la Costituzione repubblicana nell’articolo 33. Ma nello stesso, subito dopo, leggiamo un chiaro e netto “senza oneri per lo Stato”. Una piccola aggiunta che però ha dietro di sé un’idea e una conclusione opposte a quelle di Cirio: gli istituti pubblici e privati non sono uguali.

Non lo sono a partire dalle rette che le famiglie devono pagare e che permettono agli istituti privati di non dipendere dagli investimenti dello Stato. Non lo sono perché i privati gestiscono in piena libertà il reclutamento dei docenti. Non lo sono perché oltre ai soldi (di solito non pochi) tirati fuori dalle famiglie i privati possono ricevere finanziamenti da altri soggetti, come Chiese ed enti di vario genere. Non lo sono perché se è pur vero che lo Stato “detta le norme generali sull’istruzione” (sempre il nostro art. 33) i percorsi formativi non hanno certo l’esposizione pubblica delle altre scuole. Insomma, parlare di eguaglianza di condizioni è una gigantesca bufala, è una mistificazione della condizione reale. Che vede da una parte le scuole statali con i tagli ai finanziamenti e gli impicci e gli impacci provocati da governi che da decenni preferiscono investire in altri settori. E dall’altra gli istituti privati che non hanno avuto in questi anni problemi di liquidità.

Certo, i soldi non sono tutto e infatti la scuola “non privata” ha mantenuto un alto livello grazie allo sforzo di studenti, famiglie, docenti, amministrativi, dirigenti. Ma il benedetto tavolo di Cirio (insediatosi “per la prima volta”; non ne sentivamo la mancanza) sembra preoccupato proprio della distribuzione di soldi.  E allora, presidente Cirio, invece di un “tavolo permanente per le scuole paritarie” La invitiamo a costituire un “tavolo permanente per le scuole” dove gli “oneri per lo Stato” tornino nella direzione che segnala la Costituzione: non per i privati, ma per rilanciare una scuola gratuita, di qualità, attenta ai bisogni di chi, in essa, studia e lavora. 

Foto: Orlando Morici